La responsabile per la Toscana dell’Italia dei Diritti: “La situazione mi lascia molto perplessa e non vedo la necessità di questa durezza”
Roma – E’ scattato all’alba il blitz della Digos, coordinato dalla Direzione centrale della polizia di prevenzione (Ucigos), a Firenze contro gli appartenenti all’area anarchica che fa riferimento agli ambienti studenteschi e alla compagine chiamata “Spazio Liberato 400 Colpi”. Il Gip Rocchi ha emesso ventidue misure cautelari nell’ambito di un’inchiesta che vede indagate circa ottanta persone. Si tratta soprattutto di studenti, incensurati e appartenenti al gruppo anarchico. I destinatari delle misure cautelari sono accusati, tra i vari reati, di associazione a delinquere, occupazione abusiva di edifici pubblici, resistenza, violenza ed oltraggio a pubblico ufficiale.
Emanuela Ferrari, responsabile per la regione Toscana dell’Italia dei Diritti, ha così commentato l’accaduto: “La situazione mi lascia molto perplessa poiché tra gli indagati e arrestati ci sono giovani incensurati e tra l’altro non mi è sembrato un gruppo così tanto organizzato e così pericoloso. Gli atti di vandalismo ovviamente li condanno e la protesta, seppur ferma, deve essere sempre e solo non violenta, ma non vorrei che in questa azione i giovani siano stati presi un po’ come punizione esemplare per affievolire e contenere il crescente disagio sociale giovanile, nato anche intorno alla Riforma Gelmini, che ha coinvolto tantissimi studenti di tutta Italia. Non vedo la necessità di questa durezza e le accuse sono molto pesanti nei loro confronti. Il Ministro dell’Interno vuole usare mano ferma in questo momento sociale difficile, temendo un nuovo ‘68 – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – ma questa società iniqua penalizza fortemente i giovani che sono i primi a pagarne il prezzo ma non solo, e ripeto, seppur in forma non violenta, la libertà di espressione è sancita dalla nostra Costituzione.
L’appartenenza alla sigla anarchica la vedo più per stigmatizzare agli occhi dell’opinione pubblica il fatto che ad essere contestatori di questo governo sono solo un manipolo di estrema sinistra, relegando e sminuendo, quindi, una legittima protesta ai soliti facinorosi”.
Il responsabile per l’Informazione dell’Italia dei Diritti: “Nel mondo l’arte ha da sempre rappresentato la libertà d’espressione, quanto accaduto è molto grave”
Roma - Numerosi artisti protagonisti del concerto romano del 1° maggio, prima di salire sul palco, sono stati invitati a firmare una liberatoria con la quale ci si impegnava a non parlare “pubblicamente” dei referendum del 12 e 13 giugno. L’obiettivo è chiaramente quello di non raggiungere il quorum, quindi di informare il meno possibile su delle scelte fondamentali per il nostro paese: acqua e nucleare.
“Il fatto che i musicisti presenti all’evento abbiano dovuto prescrivere una liberatoria simile è qualcosa di vergognoso – osserva Brunetto Fantauzzi, responsabile per l’Informazione dell’Italia dei Diritti -. Grida vergogna perché non sono state rispettate le opinioni di coloro che sono sliti sul palco, e quindi di liberi cittadini. Un parere può essere più o meno condiviso, ma deve insindacabilmente poter essere espresso”.
Alcuni degli artisti, che avrebbero firmato con la convinzione che fosse la solita liberatoria di routine, hanno deciso di esprimersi in un video pubblicato in rete, nel quale s’apprende profondo dissenso verso il nucleare e la privatizzazione dell’acqua. Gli artisti invitano, infine, i cittadini a recarsi alle urne.
“Nel mondo l’arte ha da sempre rappresentato la libertà d’espressione, molti musicisti attraverso i loro testi sono riusciti ad esprimere ciò che la censura soffocava. Quanto accaduto il primo maggio è molto grave – conclude l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro -, considerando anche il fatto che siamo di fronte a catastrofi epocali e la possibilità di confrontarsi pubblicamente su questioni che cambieranno il futuro del nostro Paese non dovrebbe neanche lontanamente essere negata”.
La responsabile per la Calabria dell’Italia dei Diritti:
“Le cariche istituzionali sono chiamate al rispetto delle regole
per una convivenza civile improntata alla legalità”
Catanzaro – Non tarda ad arrivare la risposta dell’Italia dei Diritti in merito al blitz contro la cosca Mazzaferro che ha portato a quaranta ordinanze di custodia cautelare, tra gli arrestati anche il sindaco e tre assessori della giunta di Marina di Gioiosa Ionica, in provincia di Reggio Calabria. Coinvolto anche un poliziotto.
A parlare è Pamela Aroi, responsabile per la Calabria del movimento presieduto da Antonello De Pierro: “Purtroppo l’infiltrazione mafiosa, o meglio della commistione tra mafia e politica, costituisce una piaga sociale ormai piuttosto diffusa, non soltanto nella realtà reggina”.
Secondo quanto emerso dall’inchiesta, coordinata dalla Dda di Reggio Calabria, in occasione delle elezioni comunali del 2009 la cosca Mazzaferro avrebbe sostenuto la candidatura di Rocco Femia, che poi è stato eletto sindaco di Marina di Gioiosa Ionica.
E’ lucida l’analisi dell’esponente dell’Italia dei Diritti: “Indubbiamente i gravi indizi di colpevolezza necessari per emettere un’ordinanza di custodia cautelare ci ripropongono la necessità di confrontarci con un fenomeno doloroso che deve essere combattuto ogni giorno coraggiosamente ed in modo capillare”. “Tuttavia – continua la Aroi – prima di dare giudizi sulle singole responsabilità, considerata la gravità delle imputazioni, occorre tener presenti ad un tempo la presunzione di innocenza ed il carattere personale della responsabilità penale”. Conclude la portavoce dell’Italia dei Diritti: “Ognuno di noi, al di là della carica che riveste, ma a maggior ragione se ha un ruolo rappresentativo, deve sentirsi responsabile delle proprie azioni ed è chiamato al pieno rispetto delle regole fissate a garanzia di una convivenza civile ed improntata alla legalità”.
Il responsabile per la provincia di Salerno dell’Italia dei Diritti: “Credo sia doveroso chiudere il reparto, in quanto è risultato essere un lager”
Napoli – Rimane ancora chiuso il reparto di Psichiatria dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania in provincia di Salerno. Restano sospesi, inoltre, i dodici infermieri e i sei medici imputati per sequestro di persona, morte derivante dal sequestro di persona e falso ideologico. Come dimostrato da un video shock, preso dalle telecamere di sicurezza, essi avrebbero causato la morte di Franco Mastrogiovanni il 4 agosto 2009. Ricoverato nel reparto di Psichiatria l’insegnante di Pollica è stato trattenuto in condizioni disumane, fino a causarne la morte.
Aniello D’Angelo, responsabile provinciale dell’Italia dei Diritti, ha così commentato l’accaduto: “Sono molto arrabbiato per quanto successo e credo sia più che doveroso chiudere il reparto che, come ampiamente dimostrato dal video, è risultato essere un lager.
Non sono d’accordo, invece, per la sospensione dei medici ed infermieri implicati. Essendo un reato documentato, infatti, ne avrei chiesto l’arresto immediato e la sospensione a vita da qualsiasi struttura ospedaliera e paziente, in quanto responsabili della morte del signor Mastrogiovanni”.
“La struttura sanitaria in Campania e a Salerno – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – è stata messa su da una gestione politica clientelare, è per questo che ci sono personaggi come i signori sopra citati”.
Il vice responsabile per il Lazio dell’Italia dei Diritti si appella alle istituzioni:
“Il Prefetto risponda ai quesiti lanciati dall’opinione pubblica.
Serve massima coerenza e serietà”
Roma – E’ giunta ai nostri uffici la segnalazione da parte di Simone Del Brocco, ex guardia giurata e promotore del forum “Stopdefensecurity", di un’azione legale che sarebbe stata avviata, diversi mesi fa, nei confronti della Defensecurity, società di vigilanza privata, da parte di alcuni dipendenti rappresentati dall’avvocato Luca Amendola, a fronte di mancata retribuzione. Il 20 Aprile scorso ufficiali giudiziari, come si apprende dalla nota, avrebbero fatto ingresso nello stabile della società, tra i cui soci figurano il noto immobiliarista parmense Vittorio Casale e i fratelli Emanuele e Davide Degennaro, noti costruttori di Bari. Sarebbe già pronta la lista di pignoramento. Soddisfazione tra gli ex dipendenti che dopo mesi di battaglie finalmente vedono che qualcosa inizia a muoversi.
Si esprime sulla faccenda Carmine Celardo, vice responsabile per la regione Lazio dell’Italia dei Diritti: “Pur nella sua drammaticità per i risvolti patrimoniali ed economici delle famiglie coinvolte, questa vicenda è sintomatica di un malessere che gravita attorno al settore della vigilanza privata, non solo nel Lazio ma in tutta Italia”.
“Sono molti quelli che hanno individuato nel settore della vigilanza privata un business che pone importanti voci di spesa a carico della collettività – fa presente Celardo - su tutti basta vedere il recente scandalo della Polverini che ha visto protagonista alcuni istituti di vigilanza di rilievo nazionale”.
Incalza l’esponente del movimento fondato da Antonello De Pierro: “La liberalizzazione della pubblica vigilanza ai privati, di fatto, stimola operazioni ai limiti della pirateria. Non si può aprire una società versando centomila euro e deliberando un capitale sociale di sei milioni di euro”.
L’esponente dell’Italia dei Diritti è lapidario: “Non c’è alcuna riserva patrimoniale, in questo modo si fa presto a mandare a spasso le famiglie, come testimonia la triste vicenda della Defensecurity”.
“Non vogliamo criminalizzare nessuno, tanto meno mettere all’indice i vari nomi del settore, ma è evidente – continua - che qualcosa non va, ed è necessario alzare la guardia. Critichiamo fortemente il comportamento di questi imprenditori improvvisati. Persone che non hanno esperienza, senza credenziali né qualifiche, vengono elevate a rango di poliziotti: tutto questo è inaccettabile”.
Celardo si appella alle istituzioni: “A questo punto chiediamo che il Prefetto cominci a valutare seriamente l’ipotesi di rispondere in conferenza stampa a quanto viene avanzato dalla pubblica opinione. Vogliamo massima coerenza e serietà da parte della Prefettura, esigiamo chiarimenti”.
Il presidente dell’Italia dei Diritti : “? ora di imporre una severa e concreta riflessione sull’argomento, è ora di porre fine alle spregiudicate scorribande di gruppi di potere che sfruttano le disgrazie della popolazione per poter rimpinguare le loro avide tasche”
Roma – L’appello accorato di una madre diventa tragica denuncia della condizione sanitaria calabrese. La vicenda della piccola Giulia Montera è emblematica e racconta, nella sua drammaticità, un mondo fatto di ‘ viaggi della speranza’, diagnosi sbagliate e mancata assistenza ai cittadini bisognosi di cure.
In base a quanto riferito dalla famiglia, l’odissea della bimba sarebbe iniziata a pochi giorni dalla nascita il 30 marzo 2010, nonostante l’evidente e grave stato di malessere in cui versava, i medici dell’ospedale di Corigliano Calabro non considerarono opportuno un ricovero per la neonata ma pochi giorni dopo fu lo stesso primario della struttura, a suggerire l’urgenza e la necessità di condurre Giulia Montera al Bambino Gesù di Roma, centro specializzato. Alla piccola, arrivata presso il nosocomio romano in codice rosso e ricoverata in terapia intensiva neonatale, vennero diagnosticate numerose patologie e solo dopo 20 giorni di cure le venne data possibilità di rientrare in Calabria pur dovendo tornare nella Capitale per altri controlli. Il 2 giugno dello stesso anno, sempre in base ai fatti denunciati, un altro errore di valutazione sarebbe potuto costare caro alla bambina, alcuni medici di turno a Corigliano infatti le diagnosticarono come “aria nello stomaco” quello che poi si rivelerà un sintomo così grave da costringerla prima al ricovero per 5 giorni presso l’ospedale di Cosenza e successivamente, per iniziativa della famiglia, al Bambino Gesù di Roma dove il responso dei medici di neurochirurgia fu terribilmente più pesante : “malformazione cerebrale e ritardo neuromotorio”.
Netto il commento di Antonello De Pierro, presidente dell’Italia dei Diriti : “Il caso di Giulia Montera è purtroppo solo uno dei tanti eventi legati alla malasanità in Calabria sul quale, solo grazie all’encomiabile impegno dei suoi genitori, viene costantemente posta l’attenzione dell’opinione pubblica. Pensando all’Art. 32 della Carta Costituzionale, al quale noi dell’Italia dei Diritti facciamo sempre riferimento in situazioni del genere, è davvero sconcertante dover registrare oggi, soprattutto nel Meridione e nello specifico in Calabria, situazioni paradossali come questa. Quello Stato che dovrebbe tutelare il diritto alla salute dei cittadini in quella regione, che tra l’altro è nota per esportare eccellenze tecnico-scientifiche in tutto il mondo, spesso risulta carente. La cosa però che tengo a precisare – prosegue De Pierro - , è che spesso si punta il dito contro l’operato di un medico, di un’equipe o di chi materialmente si trova in prima linea ma anche se non possiamo non considerare in tali casi la negligenza del singolo, spesso il tutto è frutto di una gestione vergognosa dell’intero apparato strutturale. E mi riferisco alla politica, che purtroppo amministra il settore speculando a proprio uso e consumo, gestendo sempre il tutto funzionalmente alle esigenze partitiche e clientelari piuttosto che rispetto al benessere dei cittadini. Quella lottizzazione che i partiti esercitano su tutto il territorio nazionale, in quella martoriata regione, raggiunge livelli esponenziali, se pensiamo alle collusioni affaristiche e non ultime certo le infiltrazioni delle cosche locali della ‘ndrangheta’ che non si fanno certo sfuggire l’occasione di allungare le mani per arraffare consistenti fette di una ricca torta”.
La famiglia di Giulia, che dichiara di aver salvato per ben 2 volte la piccola dall’inadempienza dei medici della proprio regione, non ha avuto e non riceve nessun tipo di assistenza economica statale. Tutti i viaggi sostenuti sono stati a carico del piccolo nucleo famigliare che tira avanti solo con la pensione di invalidità del padre Gabriele Montera, pari a 265 euro. La tenacia però non manca alla mamma e al papà e nemmeno la voglia di portare sulle prime pagine la storia della loro bambina, proprio per questo il prossimo 7 maggio a Corigliano Calabro in provincia di Cosenza si svolgerà il convegno “Istituzioni e Sanità in Calabria: punto e a capo”. L’incontro, fortemente voluto dai genitori di Giulia, vedrà la partecipazione di politici, medici e associazioni, sarà un modo per fare il punto sulla sanità calabrese, costituirà un’occasione per denunciare le situazioni negative, con la speranza di riuscire a risolverle e far finalmente ripartire le strutture regionali.
“Tra l’altro – prosegue il presidente dell’Italia dei Diritti - , a fronte della carenza spesso dei servizi essenziali nelle strutture sanitarie calabresi, corrisponde paradossalmente un costo maggiore dei servizi stessi rispetto ad altre regioni italiane, dove si registra un reddito pro-capite notoriamente più elevato. Partendo proprio dal caso della piccola Giulia è ora di imporre una severa e concreta riflessione sull’argomento, è ora di porre fine alle spregiudicate scorribande di gruppi di potere che sfruttano le disgrazie della popolazione per poter rimpinguare le loro avide tasche. Ribadiamo - chiosa De Pierro - il nostro essere in prima linea quando si tratta di salvaguardare il diritto alla salute in quanto, se viene inficiato in qualche modo questo diritto, ne risente tutto il sistema della macchina sociale a cominciare dalla forza lavoro su cui si basa il motore economico del paese”.
La viceresponsabile per la Puglia dell’Italia dei Diritti:
“Affidare agli universitari il controllo sui ritardi e le assenze degli
insegnanti, è una proposta che può fungere da stimolo”
Bari – Ha fatto scalpore la proposta di alcuni studenti della facoltà di Medicina dell’ateneo barese che, lamentando continui ritardi ed assenze da parte dei loro professori, hanno chiesto al Rettore l’attivazione dei totem e dei badge per gli insegnanti, in modo di poterne controllare le presenze. Si esprime sulla vicenda Patrizia Lusi, viceresponsabile per la Puglia dell’Italia dei Diritti: “I problemi delle Università italiane sono molteplici: l’assenza di fondi per la ricerca, un sistema ‘baronale’ e ‘parentale’ di reclutamento dei docenti e dei ricercatori e la carenza di spazi sono stati, per anni, i punti cardine delle proteste studentesche”.
“La riforma dell’Università proposta dal Ministro Gelmini e dal suo Governo – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro – non risolve i nodi essenziali sopra evidenziati, e gli indiscriminati tagli alla scuola pubblica complicano ancor più la situazione”.
Secondo la Lusi, la soluzione proposta di affidare agli studenti il controllo sui ritardi e le assenze dei professori, pur non riuscendo a ‘svecchiare’ il sistema universitario italiano può, ad ogni modo, fungere da stimolo: “Gli insegnanti potrebbero essere indotti a riappropriarsi del ruolo a loro riservato, mentre gli studenti sarebbero chiamati a responsabilizzarsi ancor più nella gestione del percorso universitario”.
Emiliano Varanini responsabile per il I Municipio di Roma: “I problemi, purtroppo, sono noti e fanno emergere ampi margini di miglioramento delle attuali inefficienze che, se protratte nel tempo, potrebbero portare inevitabilmente al fallimento dello sperimentato, positivo, progetto di raccolta differenziata”
Roma - Sono giunte numerose segnalazioni all’Italia dei Diritti, di cittadini del I Municipio – Roma Centro Storico, che lamentavano la mala gestione della raccolta rifiuti nel loro quartiere. L’Ama, da quanto riportano i residenti, nonostante le numerose lamentele telefoniche, non effettuerebbe il ritiro porta a porta dell’umido e del materiale non riciclabile. Il passaggio dei netturbini per ogni casa, già sgradevolmente mattiniero, stando al monitoraggio dei cittadini, non sarebbe avvenuto regolarmente. Gli utenti riferiscono di interi fine settimana con spazzatura accumulata nelle loro abitazioni. Una vera odissea per quanti vengono costretti a vivere per giorni e giorni con i sacchetti pieni di materiale deperibile che ammuffisce, genera cattivo odore e causa la presenza di roditori. “La situazione è grave – analizza Emiliano Varanini responsabile per il I Municipio dell’Italia dei Diritti - , tuttavia va ricordato che, proprio in poche aree del Centro Storico, è stata sperimentata la prima raccolta differenziata nella città. I problemi, purtroppo, sono noti e fanno emergere, pur in un quadro di trend positivo rispetto alla situazione napoletana, ampi margini di miglioramento delle attuali inefficienze che, se protratte nel tempo, potrebbero portare inevitabilmente al fallimento dello sperimentato, positivo, progetto di raccolta differenziata. Non si tratta cioè – prosegue l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro - di difetti strutturali ma di prestare maggiore attenzione nell’esecuzione degli impegni già presi nei confronti del Comune, cosa che qui, per l’Italia come sistema, viene difficile, in tutti quei settori nuovi come quelli dei servizi pubblici o privatizzati della raccolta separata. La differenza è fatta dall’attenzione nello svolgimento, dalla cura dei singoli dettagli”.
Gli abitanti delle vie centrali capitoline, segnalano di essere costretti a supplire alle inadempienze dell’Ama, svolgendo loro il lavoro che spetterebbe agli operatori ecologici. Un pubblico servizio assente, per il cui svolgimento l’azienda viene pagata e sul quale i cittadini versano regolarmente le tasse. “Il modello San Francisco – prosegue Varanini - , che il comune di Roma intende perseguire, con l’assunzione in qualità di consulente, del responsabile dei servizi svolti in quella città americana, rappresenta ad oggi, per l’amministrazione capitolina, un obiettivo araba fenice. Poiché nella città statunitense, virtuosa per il servizio rifiuti, la raccolta differenziata si coniuga con politiche comunali di riutilizzo e di riduzione della produzione del pattume, attualmente fuori dalla sola politica di differenziazione della raccolta a Roma, la quale, senza un programma culturale di totale elaborazione del rapporto cittadino - azienda rifiuti rimarranno lettera morta. Non è infatti un’idea del tutto malsana – conclude il responsabile del I Municipio - , quella di poter ritenere in futuro responsabili della spazzatura e della loro raccolta non solo i cittadini che pagano le tasse, ma anche le aziende che la producono. In quel caso si avrebbero i risultati sperati, perché le società, per risparmiare i costi, farebbero pressione sul comune affinché proceda con l’attivazione e la diffusione di una cultura diversa dell’uso, che farebbe diminuire le inutilità. Un esempio pratico: sostituire le bottiglie in plastica dei detersivi nei supermercati con un dosatore”.
Il responsabile per il Friuli Venezia Giulia dell’Italia dei Diritti: “Bene la Cassazione. Al di là delle motivazioni che spinsero il cittadino straniero a ritirare la denuncia, rimaneva il fatto compiuto”
Roma - Il 28 settembre 2007 un cittadino pordenonese insultò un immigrato africano dicendogli di ‘tornare a mangiare banane in Africa’ e definendolo non un uomo ma una‘scimmia’. Il cittadino straniero querelò l’uomo, ma dopo qualche giorno ritirò l’accusa. Recentemente il procuratore generale della Corte d’appello di Trieste a fatto ricorso in Cassazione contro il proscioglimento.
“Credo che la decisione di riaprire il caso sia stata legittima e spiegata dal fatto che un insulto razziale del genere debba assolutamente essere condannato – osserva Luigino Smiroldo, responsabile per il Friuli Venezia Giulia dell’Italia dei Diritti -. Al di là delle motivazioni che spinsero il ragazzo immigrato a ritirare la denuncia, rimaneva il fatto compiuto.
Soprattutto nel nord-est italiano c’è un atteggiamento, incitato dalla Lega, di avversione allo straniero. Occorre precisare però, che per ‘straniero’ viene inteso solo chi emigra da paesi poveri.
La base di Aviano implica la presenza di molti americani a Pordenone, ma nessuno mai si sognerebbe di dirgli “extra-comunitario”. I migranti ricchi non danno fastidio”.
Il ricorso presentato in Cassazione, in ragione di una presunta aggravante dell’insulto razziale, è stato giudicato fondato e martedì 26 aprile è stata espressa la sentenza di condanna.
“La parola ‘extra-comunitario’ – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro -, dovrebbe essere bandita dal vocabolario giornalistico; in questo paese è un termine usato molto spesso impropriamente: colui che sporca, procura fastidio, scomodo, da evitare ed isolare, che possiede un credo differente dal nostro, pericoloso ed in casi come questo, si arriva addirittura ad insulti molto pesanti, inaccettabili”.
Smiroldo spiega inoltre che la Lega Nord esercita un pressing costante sui cittadini, attraverso strumenti di propaganda razzista. L’ultima trovata è una petizione promossa dal Carroccio per impedire la realizzazione di una moschea, in un luogo simile ad un garage, che il comune di Pordenone aveva concesso ai fedeli per dare loro la possibilità di raccogliersi in preghiera.
Dopo il caso monetine a Fontana di Trevi, il responsabile per il I Municipio dell’Italia dei Diritti chiede chiarezza sul numero dei verbali deliberati a seguito delle varie violazioni
Roma – “Plaudiamo all’iniziativa del comandante dei Vigili Urbani di Roma di sospendere, evidentemente per autotutela, il comandante del Primo Gruppo, a seguito dei fatti avvenuti lo scorso 14 marzo. Tuttavia, riteniamo che l’azione debba essere unita ad un programma amministrativo di trasparenza sul controllo dell’esecuzione delle multe comminate. Perché, come è emerso dai fatti esposti dalle cronache, furono disposti oltre 100 verbali all’individuo in questione, l’abusivo raccoglitore di monetine, ma non c’è chiarezza sulla maniera nella quale siano stati poi eseguiti tali procedimenti precedentemente ordinati”.
Commenta con queste parole Emiliano Varanini, responsabile per il I Municipio dell’Italia dei Diritti, l’avvicendamento tra il sospeso Cesarino Caioni e il nuovo comandante della polizia municipale della zona Centro Storico Stefano Napoli. Un cambio ai vertici, determinato dal comportamento scandaloso, ai limiti del lecito, tenuto del personale addetto alla sorveglianza che era di turno durante il ladrocinio di monetine alla Fontana di Trevi.
I fatti offrono lo spunto a Varanini per denunciare la mancata ammenda delle numerose irregolarità che, quotidianamente e sotto gli occhi dei vigili, avvengono nella zona centrale della Capitale : “Appare necessario – sottolinea l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro - operare nella direzione di rendere trasparenti le multe, misura efficace al fine di limitare la miriade di comportamenti abusivi nel centro storico. Ci riferiamo soprattutto all’infinità di banchetti irregolari dei commercianti, ai torpedoni che invadono il quartiere e che violano il piano mobilità sostando più di 10 minuti, come sarebbe previsto dalla legge. Desidereremmo vedere – auspica Varanini - quali e quanti sono i verbali deliberati, sapere quali sono quelli comminati all’occupazione abusiva di suolo pubblico. Vorremmo più trasparenza”.
Allo scopo di riferire i problemi vissuti dai cittadini e a tutela della legalità, l’Italia dei diritti domanda un incontro con Stefano Napoli : “Chiederemo – asserisce il responsabile del I Municipio - un incontro immediato con il nuovo comandante dei vigili, augurandogli un buon lavoro”.
Il responsabile per il Veneto dell’Italia dei Diritti: “Ogni coppia deve godere degli stessi diritti, a prescindere se sia eterosessuale o meno. Le parole del sindaco sono fuorvianti”
Roma – Sul manifesto pubblicitario dell’Ikea che ritrae due uomini mano nella mano vicino lo slogan ‘Siamo aperti a tutte le famiglie’, Gian Paolo Gobbo , sindaco legista di Treviso, ha espresso la sua posizione in riguardo alla questione dell’omosessualità. L’esponente del Carroccio ha dichiarato che multerebbe volentieri due uomini che si baciano in pubblico, poiché secondo lui è un comportamento indecoroso.
“Se le coppie cosiddette ‘normali’ possono baciarsi in piazza non vedo perché due uomini dovrebbero vergognarsi – commenta così le parole di Gobbo, Emmanuel Zagbla, responsabile per il Veneto dell’Italia dei Diritti -. Ogni persona deve beneficiare delle medesime facoltà, a prescindere se sia eterosessuale o meno. Le parole del sindaco sono fuorvianti, ci sono dei diritti dei quali ogni essere umano deve poter godere”.
Secondo il primo cittadino trevisano ‘certe cose si fanno in situazioni private’ e proprio per questo nei giardinetti della città o nelle piazze, si sta arrivando all’esasperazione.
“A Treviso ci sono persone che fanno molto peggio di un bacio in piazza, che delinquono quotidianamente – continua l’esponente del movimento presieduto da Antonello De Pierro -, quindi che il sindaco si preoccupi di ristabilire questo genere di decoro. Non si può condannare un omosessuale se da un bacio in pubblico al proprio compagno, è limitare l’esercizio delle libertà personali. Ovviamente sono atteggiamenti che, come per una coppia eterosessuale, devono manifestarsi decorosamente ma che nessuno può impedire o addirittura multare”.