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L'intervista su Sanremo 2026, affondo di Antonello De Pierro contro trionfo linguaggio patriarcale

Il leader dell'Italia dei Diritti - De Pierro analizza il pericoloso legame tra la cultura del possesso cantata all'Ariston e la recrudescenza della violenza di genere: "Il servizio pubblico non può premiare modelli relazionali che la legge cerca faticosamente di sradicare. La musica non può diventare lo specchio di un'Italia che non vuol guaritre".   

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Roma - L'eco delle polemiche nate sul palco dell'Ariston non accenna a spegnersi. Mentre le classifiche celebrano il trionfo di Sal Da Vinci, una voce fuori dal coro si leva con forza per denunciare i rischi sociali sottesi a un certo tipo di narrativa musicale. Antonello De Pierro, giornalista e presidente del movimento Italia dei Diritti - De Pierro, analizza in questa conversazione il pericoloso cortocircuito tra industria dello spettacolo e diritti civili, tracciando un legame diretto tra il linguaggio delle canzoni e le piaghe sociali dello stalking e della violenza di genere.

Presidente De Pierro, la sua posizione sulla vittoria di Sal Da Vinci ha sollevato un polverone. Molti la accusano di voler "processare" una canzone d'amore. È davvero così?

Assolutamente no. Qui non siamo in un tribunale inquisitorio contro la musica, ma in un osservatorio sociologico sui diritti. La mia critica non è rivolta all'uomo o all'artista, ma al messaggio che il pubblico ha deciso di elevare a simbolo nazionale. Sal Da Vinci è un interprete di indiscutibile talento, un professionista con una vocalità straordinaria e una storia artistica di tutto rispetto. Il punto non è "come" canta, ma "cosa" il pubblico ha voluto sentire e premiare in questa edizione del Festival. Quando una nazione intera sceglie un brano che declina l’amore come una forma di sottomissione eterna e dipendenza vitale, sta lanciando un segnale d'allarme che non possiamo ignorare.

Dunque lei salva l'artista, ma condanna il messaggio?

Un artista ha il sacrosanto diritto di esprimersi, di attingere alla propria tradizione e di cantare la passione secondo i propri canoni. Il problema sorge quando quel particolare canone, che definisco "patrimonio del patriarcato", diventa il più votato d'Italia nel 2026. La responsabilità della vittoria non è di Sal Da Vinci, che fa il suo mestiere, ma di una platea sanremese che ha dimostrato di avere una cultura retrograda, spaventevolmente poco conforme all'epoca in cui viviamo. Abbiamo assistito al trionfo di una subcultura che soffoca il diritto all'autodeterminazione della donna, travestendolo da romanticismo.

Parole pesanti contro il pubblico sovrano. Perché definisce "retrograda" questa scelta?

Perché nel 2026, dopo anni di battaglie per la parità e dopo aver pianto troppe vittime di una cultura del possesso, non è accettabile che il brano più amato sia quello che recita "senza te non ha senso vivere". Questo non è amore, è una patologia relazionale. È la genesi della dipendenza affettiva. Premiare questo concetto significa dire alle nuove generazioni che l'annullamento di sé nell'altro è l'apice del sentimento. Il pubblico di Sanremo, con il suo voto, ha firmato un manifesto che legittima quel controllo e quella gelosia arcaica che la politica e l'associazionismo stanno cercando faticosamente di sradicare con le leggi.

Lei ha una lunghissima storia legata al monitoraggio critico del Festival. Ricordiamo i suoi 10 anni come direttore di Radio Roma, dove conduceva una maratona speciale di 6 ore intervistando i protagonisti. Come è cambiato il Festival da quelle dirette storiche a oggi?

Quelle maratone su Radio Roma erano un osservatorio privilegiato. Intervistavo i veterani, persone che avevano vissuto l'Ariston quando la canzone cercava un'identità nazionale. Ma c'è una differenza sostanziale: allora c'era un'innocenza narrativa che oggi è diventata un retaggio tossico. Vedere che oggi si torni a premiare messaggi che avremmo considerato superati già ai tempi di Radio Roma mi fa capire quanto sia profondo il solco tra il Paese reale che lotta per i diritti e la "bolla" sanremese. In quegli speciali cercavamo di sviscerare l'anima della kermesse; oggi l'anima di Sanremo sembra essersi arroccata in un Medioevo sentimentale che rifiuta di evolversi.

In quegli speciali lei ha dato voce a decine di artisti. Pensa che la "vecchia guardia" che ospitava in radio avrebbe avallato questa deriva?

C'era sicuramente un senso etico diverso. Gli artisti che ospitavo avevano il rispetto per un pubblico che andava elevato. Oggi il mercato ha preso il sopravvento. La vittoria di Sal Da Vinci è figlia di un algoritmo della nostalgia e di una parte di Italia che ha paura della modernità e della donna libera. A Radio Roma stimolavamo il senso critico; oggi mi sembra che la Rai faccia l'esatto opposto: anestetizza le coscienze per fare share, ignorando la propria missione pedagogica di servizio pubblico.

Entriamo nel merito della normativa. Come si sposa questa critica con l'impegno dell'Italia dei Diritti contro lo stalking e il femminicidio?

Si sposa in modo drammatico. Negli ultimi anni abbiamo visto un rafforzamento del Codice Rosso e nuove norme stringenti. Ma la legge da sola è un'arma spuntata se la cultura rema contro. Lo stalking nasce quasi sempre da una distorsione cognitiva: "Tu sei mia e lo sarai per sempre". Quando si canta "Per sempre sì" in quel modo, si dà una colonna sonora a quella distorsione. La legge punisce il fatto, ma la cultura deve prevenire il pensiero. Se continuiamo a premiare chi canta la simbiosi totale e la negazione del sé, continueremo a scrivere leggi per contare i cadaveri invece di salvare vite.

Manca forse un'educazione sentimentale a monte?

Manca tragicamente. Come movimento, l'Italia dei Diritti - De Pierro punta sulla prevenzione. Le leggi ci sono, ma mancano i fondi per i centri antiviolenza e manca un'educazione nelle scuole che contrasti questi modelli da "fotoromanzo anni '50". Se il giovane di oggi guarda il Festival e vede che il modello vincente è quello del "possesso spirituale", farà fatica a comprendere che il rispetto per l'autodeterminazione della partner è il vero valore. Il "re" e la "regina" della canzone sono figure gerarchiche. Noi vogliamo cittadini liberi che si dicano "sì" ogni giorno per scelta, non per un destino ineluttabile.

Si sente spesso dire che la "tradizione" non può essere processata. Cosa risponde a chi accusa il suo movimento di essere "troppo politicamente corretto"?

Rispondo che la dignità umana non è una questione di correttismo, ma di civiltà. La tradizione che calpesta il diritto alla libertà non è cultura, è zavorra. Non vogliamo cancellare la melodia italiana, vogliamo evolverla. La libertà d'espressione dell'artista è sacra, ma il voto del pubblico è un atto politico e culturale. E quel voto, quest'anno, è stato un atto di conservazione patriarcale.

Spostiamoci sul piano politico. Quali saranno le prossime mosse dell'Italia dei Diritti - De Pierro rispetto a questa vicenda?

Porteremo la questione in ogni sede istituzionale. Chiederemo che i criteri di accesso ai finanziamenti pubblici per le grandi manifestazioni artistiche tengano conto dell'impatto sociale dei messaggi veicolati. Non è censura, è responsabilità verso il contribuente. Inoltre, intensificheremo i nostri gazebo informativi sulla legge sullo stalking, spiegando alle donne che "l'amore che incatena", quello celebrato a Sanremo, è spesso il primo campanello d'allarme di una spirale di violenza.

Un'ultima domanda, presidente. Qual è il suo augurio per il futuro della musica italiana dopo questo scivolone sanremese?

Mi auguro che l'Ariston torni a essere lo specchio di un'Italia che guarda avanti e non di un'Italia che si rifugia in modelli polverosi per paura del cambiamento. Vorrei sentire canzoni che celebrano la forza delle donne indipendenti e la bellezza di due cammini che si incrociano senza annullarsi. La musica deve elevare l'anima, non trascinarla nelle paludi del possesso. Come Italia dei Diritti - De Pierro, saremo sempre la spina nel fianco di chiunque provi a spacciare il patriarcato per romanticismo.

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